venerdì 25 febbraio 2011

IMMORTALE

Petit Prince pompava di brutto sull'Alpine di Tex. La serata era andata di lusso, se ne stava fuggendo dall’Ozone con l’amico Cisco e due tipe sconosciute di Parma.

Il sequencer arabescava loop elettronici, le note scendevano per prenderti, poi s’impennavano pazzamente e si volava via. Su e giù, su e giù, mentre il basso sintetico reggeva tutto su spalle idiote e robuste. Uno spettacolo di musica. Sull’equalizzatore dell’Alpine piccole luci stroboscopiche colorate di acido neon danzavano liquide. A intervalli regolari le barre fosforescenti sembravano fondersi, poi per qualche istante lasciavano posto ad una scritta “ALPINE” che flashava a tempo di techno. Le fichette allora squittivano, attratte dai lampi di luce come gazze ladre.

A questo pensava Tex, quando fu distratto dal cachinno proveniente dai sedili posteriori dell’Opel: «Ooh-oh ooh-oh oh-oh!»

Erano le parmigiane, ancora prese nel viaggio dalla serata al Cocoricò di un mese prima, dicevano che era l’inno del Cocco e se lo cantavano su tutte le canzoni. Cisco, seduto nel posto del morto, e da tempo in attesa del giusto aggancio per sferrare l’attacco finale, approfittò del momento-Riccione.

«Ma calavano molto, al Cocco?»

Dopo un attimo di silenzio, partì la risata delle ragazze. Cisco sparava sempre stronzate: era come chiedere se sull’A1 verso Riccione, a Ferragosto, si erano viste macchine.

«Cioè, vaffanculo, avete calato voi?» corresse Cisco, abbracciando i poggiatesta davanti e fissandole tutto serio.

«Chiaaaro! No?» disse con orgoglio la biondina facendogli un frontino, mentre l'altra, che si chiamava poi Erica, continuava a biascicare il Big Babol bigusto ad occhi chiusi, shakerando la testa sul ritmo barbaro del Piccolo Principe olandese.

«Mitsubishi!», specificò la biondina, detta Manu, ricomponendosi.

«Lo volete un mezzo cuore? Adesso?»

Qui, l’attimo di silenzio durò di più; Tex le vedeva nel retrovisore e si stavano fissando, gavottando piano tra loro.

«Sì» fu il verdetto della Manu, «ce le hai qua?»

La domanda si perse un po’ nell’aria, perché partirono i tamburi da guerra di “Capricorn” di 20 Hz e tutti subito urlarono. Poi Tex si girò verso le ragazze con la bustina trasparente nella mano destra e il suo ghigno diavolesco: «Seeeee!»

Tutti urlarono di nuovo, mentre il cupo basso in levare di “Capricorn” dava fuoco alle polveri di un’esplosione tribale. Fuori, il cuneo aerodinamico della Calibra penetrava silenzioso la notte fresca di quel sabato emiliano.

Cisco decise di passare dal bar Grattacielo per un indispensabile gin-tonic: “Le devi buttare giù col gin-tonic, altrimenti ti pigliano peggio”, gli aveva spiegato una volta un romano che diceva di aver frequentato i Rave londinesi. Arrivarono al locale, parcheggiarono la Opel proprio di fronte alle grandi vetrate del Gratta, poi entrarono. Scesero nella saletta al piano interrato e il calore umido, tropicale li avvolse in un abbraccio sudato. Non era spiacevole. La clientela era eterogenea, come tutti i sabati notte: post-punk in divisa di pelle nera, fighetti in giacca gialla, scarpe inglesi e ascot, tribù di discotecari sul piede di guerra, distese di fighette in minimini e borsetta dorata, un po’ di quarantenni ubriachi, qualche fattone ruttante. Le luci alogene soffuse stendevano un velo d’ombra misericordioso sul pavimento lercio di crema di bombolone e orme nere d’anfibi. Il tronco di una palma in polistirolo verde era stato sfondato da un pugno. Ma tutto sommato, l’ambiente era confortevole. Si diressero verso il bancone del bar. Cisco schivò con un colpo di reni il fiotto di vomito di Lillo, un alcolizzato storico che nessuno aveva il coraggio di sloggiare dai locali, poi approdò di fronte al barista turco e ordinò un unico gin-tonic, raccomandandogli le giuste proporzioni alcooliche con gesti eloquenti di pollice e indice. Dato che avanzavano solo due pastiglie, Cisco le spezzò, le diede ai suoi discepoli e disse:

«All’After a Desenzano!»

«Quello techno!» aggiunse Tex.

Poi trangugiò il mezzino con una sorsata di benzin-tonic. Il piano era semplice e collaudato: si mostrava alle fichette di essere tosti, belli carichi, inesauribili, tanto quelle poi non potevano mai venire. Il vero obiettivo era chiavare subito, naturalmente.

«Fin là…?» fece l’Erica.

«Con la Calibra arriviamo in quaranta minuti»

«Dàai, sono le quattro…»

«È un After, no? Inizia al mattino. E che Cocco-girls siete?»

Cisco aveva premuto il tasto “ORGOGLIO” e ormai la frittata era fatta: la Manu calò il mezzino con un sorso di benzina e annunciò: «OK!»

Cisco era proprio uno stronzo. Le paste erano per venerdi sera. E poi lo scherzetto dell’after gli sarebbe costato almeno cento sacchi per benza, autostrada e biglietto di ingresso. Tex schioccò il palmo della mano sulla fronte: «Vaffanculo! Mi sono ricordato che domattina c’ho il torneo di tennis.»

Le ragazze non sembrarono troppo dispiaciute, così dopo un po’ l’idea del viaggione a Desenzano fu accantonata senza rimorsi.

Nel frattempo, gli acidi gastrici entrarono in azione per smantellare le mezzelune magiche di Cisco. La superficie porosa si sbriciolò in fretta, liberando finalmente le molecole di MDMA. Come mattoncini LEGO organici, iniziarono a corteggiare i recettori di dopamina dei cervelli dei quattro.

Le paste salirono alla grande. Cisco e Tex avevano già calato verso l’una, ma il mezzino al Grattacielo aveva riaperto i giochi: tutti avevano bisogno di musica, adesso. Uscirono dal bar e saltarono sulla Calibra. L’Alpine diffuse subito un’onda calda di bassi subsonici. Balsamici. In un pezzo di DJ Hooligan, una voce tonante declamava che “Il sesto giorno, Dio creò la Techno, il settimo giorno, Dio iniziò a ballare”. A tutti sembrò la voce di Dio.

Tex si diresse verso la tangenziale. Velocità. Dio continuava a parlare alle genti della Calibra, diceva che aveva creato il basso e pure il synth per farli ballare. Ad ogni frase del techno-dio, le troiette alzavano grida dai sedili posteriori. Cisco sembrava aver dimenticato l’obiettivo principale: giocava con le frequenze dell’equalizzatore, con i medi, i bassi, gli alti, proprio come faceva Nigel, il DJ dell’Ozone.

Stavano tutti ballando. Partì un pezzo di Cosmic Baby a centocinquanta bipiemme, e l’urlo che uscì dalle loro gole sembrò modulato sull’armonia dei sintetizzatori, magicamente. Anche Tex stava a centocinquanta, sulla tangenziale. Il motore a sedicivalvole della Calibra respirava bene nel fresco della notte. “Lost in Love” di Legend B entrò nel mix, come un colpo di bazooka si insinua nella corazza di un carro armato appena prima di farlo esplodere. La Calibra sembrava muoversi nel tempo, destinazione futuro remoto, e le luci della notte si striavano come le stelle fuori dall’oblò del Millennium Falcon in Star Wars.

Pausa per l’autoreverse. Cisco riprese il controllo e iniziò a contrattare per una spaghettata notturna a casa della Erica, che aveva papà e mamma separati e un appartamento tutto per sé. La C-60 ripartì implacabile, con Yves Deruyter sparato a centocinquantacinque bipiemme. Tex reagì alla velocità della musica in maniera più che proporzionale: si mise a centosettanta. A tutti però sembrava di essere ancora fermi. Centottanta, ottantacinque, novanta, fine Tangenziale.

Tex girò la Calibra, poi riprese la tangenziale, stavolta in direzione Parma. Dopo il solito lungo consulto, le ragazze avevano dato disco verde all’idea dello spaghetto notturno. Cella, Calerno, S. Ilario, Parma: la Via Emilia era una superstringa di elettroni accelerati. Nel parcheggio di una discoteca a S. Ilario fecero un po’ di sgommate in tondo per far ridere le ragazze, poi Tex tirò il freno a mano, si girarono e limonarono un po’. Ma la musica della cassetta che Cisco aveva comprato da Nigel all’Ozone era all’acme: hardcore olandese, Terror Traxx, DJ Paul, Stunned Guys: centonovanta, duecento bipiemme. Non ci si poteva stare dentro; ripartirono. La tribù della Calibra era oltre il delirio, Cisco stava leccando il braccio della Manu mentre l’Erica, le mani sul petto di Tex, gli praticava un folle massaggio cardiaco, urlando cose sconnesse.

Poi Tex si accorse della curva. La prese in ritardo, controsterzando subito, mentre dall’altra parte arrivava un furgone bianco coi fregi dorati di una pasticceria. La Calibra sbandò da una parte, poi dall’altra, l’urlo dei pneumatici si perdeva nel tuono dell’hardcore, poi una mano gigantesca sembrò afferrarla, riallineandola alla corsia giusta, inspiegabilmente, mentre il furgoncino sfilava, strombazzando. Le ragazze non avevano visto, capito nulla, e la manovra da Formula Uno fu accolta da un urlo eccitato mentre Cisco, pallido e agganciato con le unghie alla portiera, se ne stava zitto, fissando la strada senza guardare l’amico. Abbassò un po’ il volume dello stereo, infine mise su Radio Deejay, dove Molella suonava la commerciale.

Arrivarono a destinazione alle cinque, scoparono, poi Tex e Cisco salutarono le ragazze, scambiarono i numeri di telefono, ripresero la Calibra, si fermarono al bar-edicola, acquistarono tre cannellini, due cappucci, una Gazzetta dello Sport. Poi Tex portò Cisco a casa, gli battè un cinque, riprese la Calibra, arrivò a casa, salì piano in camera, si svestì, si buttò sul letto con la Gazza. Scivolò nella morte dolcemente. Malformazione cardiaca congenita, disse il coroner.